Al cinema c’è “Primavera”, minori fuori famiglia ai tempi di Vivaldi

Al cinema: “Primavera” di Damiano Michieletto, “quando la protezione diventa confine e la musica apre una breccia” Primavera non è solo un film in costume né un racconto su Vivaldi. E’ prima di tutto, una riflessione potente sui luoghi che accolgono e allo stesso tempo trattengono, istituzioni nate per proteggere che finiscono per delimitare l’esistenza di chi vi abita. Per questo è un film che parla al presente, e che vale la pena vedere con attenzione. Ambientato nella Venezia del Settecento, il film si svolge quasi interamente all’interno dell’Ospedale della Pietà, un orfanotrofio-convento dove giovani donne crescono, studiano musica e vivono separate dal mondo.

Sono questi luoghi fisici che racchiudono allo stesso tempo bellezza e decadenza e che inevitabilmente ricordano da vicino istituzioni come orfanatrofi e protettorati. Spazi di accoglienza per ragazze fragili o abbandonate, pensati per offrire sicurezza, educazione e un futuro “onesto”, ma regolati da norme rigide, silenzi e invisibilità. Nel film, le ragazze suonano dietro una grata: la loro arte è celebrata, ma i loro volti restano nascosti. E questa immagine racchiude una grande forza simbolica che rimanda direttamente a quei luoghi dove alle giovani donne era concesso esistere solo a determinate condizioni: protette ma non libere, formate ma non autodeterminate.La protagonista Cecilia – interpretata dalla brava ed intensa Tecla Insolia – riesce in maniera mirabile a portare sullo schermo questa tensione. Non distrugge l’istituzione che la ospita, non è una ribelle nel senso classico, non la rifiuta. Ma attraverso la musica, attraverso un talento che non può più essere contenuto, mette in crisi l’idea che la protezione debba coincidere con la rinuncia a sé. In questo senso, Primavera dialoga profondamente con la storia dei protettorati: luoghi in cui l’educazione era spesso anche disciplina del corpo, del desiderio, dell’identità. La regia di Damiano Michieletto, al suo esordio cinematografico, è sobria, controllata, mai enfatica.

Come nelle istituzioni che racconta, tutto sembra ordinato, misurato, trattenuto. Ma sotto la superficie si muove una forza emotiva costante, fatta di piccoli gesti, sguardi, silenzi. La musica non è semplice accompagnamento: è l’unico spazio autentico di libertà. Anche la figura di Vivaldi – interpretato da Michele Riondino – è trattata con intelligenza. Non tratteggiato come un genio mitizzato, ma come un uomo dentro un sistema che non ha creato lui e che solo in parte riesce a scalfire. Primavera è un film che invita a guardare con occhi nuovi la storia delle istituzioni “di protezione”: orfanotrofi, conventi, protettorati. Non per condannarle in blocco, ma per interrogarle su cosa significa essere salvati, e a quale prezzo si paga quando la salvezza richiede il silenzio e l’invisibilità.Per chi ha memoria – personale o collettiva – di luoghi come i protettorati, o semplicemente per chi ama il cinema d’autore italiano ed i film che continuano a lavorare dentro lo spettatore anche dopo la fine, Primavera è un film da vedere non solo per la sua bellezza formale, ma per la domanda profonda che rimane aperta: può esistere una protezione che non diventi prigione?

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