Di “giovani” in questi giorni si parla tanto, fin troppo: a volte bene, spesso male. Ci domandiamo spesso: ha senso che ne parliamo anche noi? Non rischiamo di dire cose già dette, o peggio ancora di dire cose sbagliate, rinforzando una narrazione che spesso è fuorviante, parziale o semplicemente sbagliata?
Poi abbiamo pensato che sì, il nostro punto di vista ha senso, perché può accadere (a seconda dei momenti più o meno spesso) che i giovani che vivono le nostre comunità non trovino altro modo per esprimersi che “spaccare tutto”. Che vengano da Paesi più o meno lontani, che siano “maranza” o italiani da cento generazioni, portando con sé il loro bagaglio di dolore, di frustrazione, di paura, di rabbia.
Ragazzi e ragazze con ferite più o meno profonde, più o meno espresse, che gridano per dire la loro, o che la dicono trincerandosi in silenzi impenetrabili e sguardi arrabbiati.
Spesso la nostra società – che si auto definisce libera e pluralista – etichetta estranea ogni difformità dall’ideale che ha disegnato e imposto. A noi preme dire con forza che essere adolescenti rappresenta solo una fase di passaggio che plasma la trasformazione dall’infanzia all’età adulta. È un’età di incertezze – mascherate da dogmi assoluti -, di paure – espresse con arroganza – durante la quale viene faticosamente – ma fisiologicamente – costruito il proprio diventare grandi. Invece ci pare che sempre di più si parli di giovani e adolescenti in termini di patologia, collocandoli in quella macrocategoria di “disagio giovanile” che oggi sembra poter spiegare tutto: dalle vetrine rotte agli hikikomori, dalle risse in strada agli “annoiati” in microcar.
Abbiamo davanti agli occhi quotidianamente adolescenti che – spesso inconsapevolmente perché disorientati e distratti dal rumore di fondo dei social, dei miti della ricchezza e del protagonismo a tutti i costi – chiedono di essere ascoltati e resi partecipi. Lo chiedono in vari modi, in diverse lingue e con differente forza, ma la loro richiesta deve trovare sempre un orecchio pronto e capace di ascoltarla. I nostri educatori sanno bene quanto questa richiesta a volte assuma la forma di una provocazione, perfino di un’aggressione; sanno quanto alcuni ragazzi possano turbare, con il loro comportamento, le loro azioni e le loro reazioni, il fragile equilibrio che si crea in casa-famiglia. Sanno quanto possano diventare pericolosi, per sé stessi e per gli altri, educatori inclusi. Ma sanno anche – e lo sappiamo anche noi, che organizziamo e gestiamo queste comunità, cercando di farlo con l’umile consapevolezza di non poterne prevedere l’esito con certezza – che non possiamo mandarli via, lasciarli soli, rispedire al mittente. Non possiamo chiudere la porta e cambiare la serratura, anche se a volte sembrerebbe l’unica soluzione. La risposta non può essere il rifiuto della relazione, la repressione, la chiusura: questi ragazzi, come tutti ma forse più di tanti, hanno bisogno di un adulto che sappia ascoltarli, a volte contenerli. Che sappia stare lì con loro: non allontanarli, ma stare più vicino possibile.
Non siamo ingenui e sappiamo che le variabili in gioco in questi momenti sono tante e opposte, ma, come adulti e educatori appassionati ai nostri ragazzi, ci preme ribadire con forza che abbiamo il dovere di lavorare sulle risorse di questi “Comici spaventati guerrieri” (come nella canzone di Roberto Vecchioni che cita il libro di Stefano Benni) e che l’educazione al rispetto, prima di tutto di sé stessi e poi degli altri, nella società, in famiglia e anche in strutture come le nostre sia l’unica risposta efficace.
Per fare ciò è necessario che tutte le forze in campo, dalla politica alle forze dell’ordine fino al mondo del sociale e dell’educazione, siano coinvolti in questo sforzo. La Fondazione, ad esempio, ha avviato, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, un percorso di educazione alla legalità per avvicinare i ragazzi e le ragazze alla conoscenza del diritto e delle responsabilità che essa comporta.
C’è un altro tema, infine, che ci sta a cuore ed è la partecipazione: è quello che i giovani stanno chiedendo, in Italia e non solo, riempiendo le strade e le piazze. Si sta parlando troppo di vetrine rotte e troppo poco di quello che quel gesto – confuso anche se non per questo meno condannabile – volesse esprimere: un attacco alla società dei consumi, al lusso che non ci si può permettere, alle diseguaglianze che creano ingiustizia. I ragazzi e le ragazze hanno rotto l’apatia e il silenzio, di cui pure tante volte li abbiamo accusati, per portare i loro corpi e le loro voci nelle piazze. Ci piace pensare che, al di là della violenza mai giustificabile, sia scattato in loro un accenno di qualcosa, un guizzo che li ha fatti alzare dalla sedia, uscire di casa e ritrovarsi insieme: il rumore di poche vetrine rotte sta coprendo il suono di milioni di voci che chiedono di essere ascoltate. Quel “guizzo” per noi è una pepita d’oro da accogliere e valorizzare: è il segno che i giovani hanno speranza e immaginano il futuro.
A noi adulti e educatori sono dati il compito e la responsabilità di accompagnare e non distruggere questo desiderio di vedersi protagonisti del cambiamento della società, sperando, con realismo, che da questi ragazzi e ragazze possa nascere e crescere qualcosa di nuovo e più bello.
