Il primo ragazzo per il quale in archivio troviamo una cartella personale si chiamava Umberto Fazi ed era nato nel 1884. A 6 anni, morto il padre e con la mamma in ospedale, viene trovato per strada a chiedere l’elemosina e la Prefettura lo invia al Protettorato San Giuseppe, da Madre Raffaella.
Attraverso le lettere piene di affetto per l’amore ricevuto negli anni passati all’orfanotrofio che Umberto scriverà (firmandosi “figlio”) a suor Raffaella, ne possiamo seguire le vicende della vita.
Lo vediamo disperato come tanti altri (migliaia si trovano al pari di me) a 17 anni senza lavoro (eppure io ho piacere di lavorare sia pure male retribuito purché possa strappare la vita) e costretto a dormire nei dormitori di accattonaggio. Allora chiede aiuto alle uniche persone che gli hanno voluto bene e di cui ha un ricordo piacevole, soprattutto suor Raffaella, la Mamma cara. Alla quale chiede intercessione per un lavoro presso “qualche curato per i servizi di chiesa, qualche collegio o istituto per domestico, cuoco, cameriere, lucidatore di mobili o pavimenti, sediaro ecc.”.
Lo ritroviamo poi cameriere a Rocca di Papa presso la Trattoria del Lazio e infermiere (suo malgrado) al Fatebenefratelli all’Isola Tiberina.
L’ultima lettera che Umberto scrive a suor Raffaella lo vede in attesa di partire per il fronte. È il 1916 (probabilmente) e Umberto è a Castelfranco di Sotto (Firenze) soldato presso il 69mo Reggimento di Fanteria 7° Compagnia.
Scrive, in occasione dell’onomastico della sua Mamma Raffaella, con una tenerezza ed una commozione che colpiscono. Ricorda i nomi e i volti di tutte le suore e dei “piccoli fratellini”, “le ore di preghiera, del pasto, di ricreazione, di palestra…, le scappate per la vigna a rubare le mele e le altre frutta…”.
Parla della guerra: “Ciò che indica che’ ormai svanito l’entusiasmo del primo impulso per la guerra, lo dimostrano gli ufficiali stessi (…). Non ci vado contento, ma rassegnato alla volontà di Dio. Sarei stato più contento prestare il mio braccio con le Opere della Croce Rossa per i feriti e i morti (…) piuttosto che uccidere i miei fratelli”. E si firma “il tuo pupetto “.
Non sappiamo se Umberto sia poi effettivamente andato in guerra, sia morto in battaglia o sia tornato a casa.
Resta però la sua testimonianza. Che ci racconta una storia semplice: tutto quello che il Protettorato è stato per quasi 150 anni e tutto ciò che è diventato oggi nasce da gesti e persone che, forse con modalità diverse, semplicemente hanno amato, abbracciato e curato quel bambino.
