A 18 anni difficilmente si è pronti per prendere in mano la propria vita: ancor più difficilmente se si proviene da una casa famiglia, dove si è trascorso un anno o forse due, dopo essere arrivati in Italia da un Paese diverso. O, semplicemente, dopo essere stati allontanati da una famiglia disfunzionale.
Lo sappiamo bene in Protettorato, dove non lasciamo andare nessuno che non abbia gli strumenti per prendere la propria strada: la conoscenza della lingua, un titolo di studio, una formazione professionale, un lavoro e possibilmente una casa. Altrimenti, lo sappiamo, è facile perdere quel che, spesso con fatica, si è costruito.
Ma la casa famiglia è il posto giusto in cui stare anche dopo i 18 anni? Al tema abbiamo dedicato recentemente un Position paper, con le nostre analisi e alcune proposte, alla luce della nostra esperienza. Ora vi proponiamo l’intervista a Lavinia Vattani, educatrice professionale e referente dell’équipe educativa di una delle case famiglia della Fondazione, in cui vivono due minorenni e quattro neomaggiorenni. La sua esperienza quotidiana offre molti spunti di riflessione e, speriamo, di progettazione per il futuro.
Chi sono e come vivono, in generale, i maggiorenni in casa famiglia?
I maggiorenni in accoglienza sono arrivati come minori stranieri non accompagnati, spesso a ridosso della maggiore età. La maggior parte di loro riconosce che essere in accoglienza da maggiorenni rappresenti un’opportunità, sia per la realizzazione personale, sia per la regolarizzazione della posizione sul territorio italiano. La permanenza di un ragazzo dopo i 18 anni, così come prevede il progetto SAI, permette infatti che questi sia accompagnato verso l’autonomia: può perfezionare il percorso di studi, frequentare corsi di formazione, sperimentarsi in un tirocinio e a volte raggiungere un contratto di lavoro. Ha anche modo di partecipare a focus group mirati sull’autonomia abitativa e lavorativa, ed essere affiancato da tutor e tirocinanti. Per un maggiorenne, il sostegno dell’équipe eucativa e multidisciplinare, accompagnata da una forte spinta motivazionale, consente di fare un percorso più sereno e consapevole, anche e soprattutto nella gestione degli adempimenti burocratici, spesso complessa e imprevedibile. Ma ci sono esigenze dei diciottenni che la casa famiglia fatica a soddisfare.
Per esempio?
Soprattutto una maggiore richiesta di autonomia. Capita di dover ricordare ai ragazzi che, per quanto abbiano raggiunto la maggiore età, vivono comunque in una struttura per minorenni e quindi devono attenersi a delle regole che sentono “strette” per loro, soprattutto rispetto agli orari di rientro e uscita dalla struttura. Per il resto, come educatori cerchiamo di accompagnarli il più possibile verso l’autonomia, supportandoli affinché riescano a gestire e relazionarsi con i servizi esterni, con il medico di base, il datore di lavoro, ad occuparsi della cura di sé stessi e degli spazi in cui vivono, che sappiano riconoscere i propri diritti.
La permanenza prolungata rischia, secondo te, di creare una sorta di dipendenza dalla struttura?
Si, la permanenza prolungata può creare una dipendenza e quindi maggiori difficoltà nella fase di sgancio dalla casa famiglia. Vivendo in un contesto molto protetto, in cui sperimentano un sostegno sotto molti punti di vista, quando “scadono” i termini del progetto capita che alcuni ragazzi si sentano spaventati e insicuri.
Quali rischi ci sono, invece, in un’uscita prematura del ragazzo (maggiorenne) dalla casa famiglia?
Premetto che difficilmente l’equipe educativa o la struttura chiedono al ragazzo di lasciare la casa famiglia se ritengono che sia troppo presto. Può capitare piuttosto che, prima della scadenza dei termini di accoglienza, la casa famiglia proceda con una dimissione anticipata, ma questo avviene nel caso in cui il ragazzo abbia violato in maniera grave il regolamento e che abbia compromesso l’equilibrio di tutta la struttura.
In tutti gli altri casi, se il ragazzo non ha raggiunto un’autonomia personale, o non è ancora riuscito a mettere le basi per costruirsi un futuro, non gli si chiede di lasciare la casa famiglia. Quando il ragazzo affronta la dimissione, ci assicuriamo sempre che il luogo in cui andrà sia un luogo sicuro e protetto.
Ci sono situazioni in cui vi siete trovati senza una soluzione adeguata per un ragazzo che aveva compiuto 18 anni?
Si, è capitato che un nostro ospite maggiorenne avesse delle caratteristiche non più compatibili con la casa famiglia per problemi di natura psichiatrica, ma non riuscissimo a trovare un luogo che lo potesse sostenere.
Quali sono le problematiche più frequenti: lavoro, casa, gestione economica, relazioni, salute psicologica, documenti, formazione?
Le difficoltà esistono in ognuno di questi ambiti, ma penso che il problema principale sia la regolamentazione dei documenti. I tempi della burocrazia rappresentano a volte un ostacolo significativo e possono generare nei ragazzi frustrazione e preoccupazione. Fortunatamente con la presenza di professionisti all’interno dell’équipe multidisciplinare, riusciamo a garantire e a favorire la regolarità.
Per quanto riguarda la formazione e il lavoro, invece, non ci sono particolari difficoltà: da anni collaboriamo con diversi enti che propongono corsi professionali, ai quali i ragazzi partecipano con interesse e che spesso prevedono anche l’inserimento lavorativo. Abbiamo anche la possibilità di attivare tirocini formativi e credo che questo rappresenti una risorsa importante, poiché consente ai ragazzi di acquisire competenze pratiche, sperimentarsi nelle aziende e misurarsi con il mondo esterno. Relativamente alla salute psicologica, osserviamo che negli ultimi anni i ragazzi accolti presentano maggiori fragilità e difficoltà, tanto da rendere a volte necessario l’intervento di specialisti. La collaborazione con diverse realtà specialistiche di Roma, tra cui strutture sanitarie e ospedali, ci consente di attivare percorsi di supporto e rispondere, per quanto possibile, ai bisogni dei ragazzi.
Secondo te, cosa significa concretamente essere “autonomi” a 18 anni?
Secondo me significa aver raggiunto la capacità di riconoscere i propri bisogni e gestire le proprie responsabilità. Concretamente, avere un contratto di lavoro e un luogo in cui abitare, saper gestire le risorse economiche e sapersi prendere cura di sé.
È realistico aspettarsi che un ragazzo che ha vissuto una storia familiare complessa raggiunga l’autonomia negli stessi tempi di un coetaneo cresciuto in famiglia?
Si, è realistico ma dipende anche dalla spinta motivazionale di ognuno. Il contesto influisce e la storia personale può rappresentare uno stimolo o un ostacolo. Abbiamo visto ragazzi provenire da contesti svantaggiati e realizzarsi sfruttando le proprie risorse, altri che non riuscissero a trovare stimoli e che hanno riproposto nella propria vita i modelli vissuti in famiglia. Io credo però in linea generale, che i nostri ragazzi, seppur provengano da contesti complessi, trovino il modo e la voglia di riacquisire quello che non hanno avuto, e di riscattarsi in futuro.
Leggi anche: 18 anni e poi? Quale accoglienza per i neo maggiorenni. Il nostro Position paper
