Suor Raffaella, un pezzo della nostra storia che qualcuno chiamava “miracolo”

IL CORRIERE DEL POPOLO – 19 giugno 1907
Note romane

SUOR RAFFAELLA

Suor Raffaella è un’interessantissima storia romana. Sicuro.

Chi potrebbe dire come questo nome arcangelico eserciti da qualche anno un fascino eccezionale in tutti gli uomini di ogni partito e di ogni fede, in tutte le signore e le donne di ogni condizione sociale?

Nessuno. Eppure fra gli uomini più cari, fra i talismani più sicuri, fra le molle più potenti, fra gli apostoli più ispiranti fiducia nell’aristocrazia, nella plutocrazia, nella politica, nel medio ceto e nel basso è proprio suor Raffaella.

Donde e come venne fra noi? Chi la vestì da suora, chi la ispirò a generose imprese, chi la aiutò nei primi passi sulla via dolorosa e gloriosa, chi le fece ottenere i primi trionfi della carità vera, fattiva, efficace, non discutibile?

Io non so, né voglio cercare. Oggi abbiamo un istituto per bambini, dai lattanti ai settenni, d’ambo i sessi, che conta 412, dico quattrocentododici ricoverati; un istituto che ha un patrimonio, non redditizio, ma necessario per l’azienda mille volte benefica, e capace fabbricati, ed un’amministrazione modello, ed una famiglia di circa cinquecento persone, tra minuscoli, piccoli e grandi, che senza un soldo sincero di rendita, vivono decorosamente.

Credete ai miracoli? E questo è un miracolo vero. Una giovanetta senza un nome noto, senza un centesimo, senza una protezione, si commuove nel vedere i piccini abbandonati, orfani, orbati dalla mamma ancor lattanti, lasciati sul lastrico da genitori o miserabili o criminali; vuol pensare a loro almeno sino che giungano ai sette anni; li raccoglie dalle piazze, dai trii, dalle vie, li recluta alla meglio; Iddio provvederà… E Iddio ha provveduto, perché per tutti questi figli dell’errore, della miseria, dell’abbandono e del delitto suor Raffaella ha assicurato l’Istituto di San Giuseppe e sta costruendo altri capaci sale ed altri dormitori perché è stata costretta, per il maschio numero di ricoverati, separare col suo immenso dolore, le bambine dai maschietti.

L’altro giorno son voluto ritornare all’Istituto San Giuseppe, in una villa amennissima presso Sant’Agnese sulla via Nomentana e confinante col monumentale tempio eretto nel IV secolo a Santa Costanza, sorella dell’imperatore Costantino.

Fu tanta la gioiosa comunione che provai nella mia visita, che mi ha obbligato a puntar giù questa nota.

Erano con me alcuni amici che hanno assunto l’impresa del nuovo fabbricato, che sorgerà per le femminucce ricoverate. Dopo aver osservato la rispettabile mole del nuovo edificio, alla cui erezione sorsero difficoltà inaudite, superate tutte dalla bacchetta magica di suor Raffaella, ebbi desiderio di visitare l’Istituto. A suor Raffaella non sfuggì nulla di ciò che avveniva nel suo dominio, sicché subito seppe che vi era capitato io, rappresentante, sebbene indegno, del municipio di Roma e della stampa, e in pochi istanti, come avviene nei cinematografi, tutto fu pronto perché lo strano visitatore si formasse una sufficiente idea del come in quell’istituto ideale procedano le faccende.

Suor Raffaella stessa mi portò subito ai dormitori, ai refettori delle 50 suore e dei piccoli, alle cucine, le dispense. Qui nessuna bacchetta magica avrebbe potuto modificare nulla. Eppure i dormitori erano semplicemente edificanti e quelle tettacci degni delle alcove signorili; quei refettori, con tutte le tavole pulitissime di cemento, sorrette da ferro vuoto, spiravano odore e pulizia; quelle cucine erano sacrestie; quelle dispense sembravano ammirabili negozi di commestibili.

Fusti, pagliericci, materassi, tavoli, cucine economiche, lavandini a bilico, stoviglie: tutto era di un candore, di una nettezza, di una modesta eleganza da non ridirsi e dappertutto aria e luce, aria ed acqua, aria ed armonia, aria e pace celestiale.

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