Il Protettorato ai tempi del morbillo. Una Relazione dei primi del ‘900

Tra i mesi di marzo e aprile del 1902, il Protettorato è devastato da un’epidemia di morbillo che colpisce i bambini più piccoli.

E’ bene ricordare che, prima dell’inizio della vaccinazione di massa (anni ’70 in Italia) e del miglioramento delle condizioni di vita e di igiene, le malattie infettive mietevano, soprattutto tra i più piccoli, un numero impressionante di vittime: un documento dell’epoca riferisce di 85.455 morti per solo morbillo nel decennio 1900-1910.

Al termine del picco, il dott. Mario Parboni (Sanitario e Patrono dell’Istituto) redige una relazione, per informare il Consiglio di Amministrazione dell’epoca relativamente al numero dei casi, quasi tutti di età inferiore ai 4 anni (“Avemmo circa 90 colti; e 12 solo i decessi” e “le perdite, fatali, che avemmo non raggiunsero la percentuale, fattaci presente, dal Direttore dell’Ufficio di Sanità Dottre Gualdi, che alle prime denunzie volle visitare l’Ospizio, percentuale del 17-18%”). Riferisce delle misure messe in atto per il contenimento della diffusione dell’infezione e, in particolare, difende la scelta di non aver voluto il trasferimento dei piccoli malati in “contumacia”, una struttura fuori Roma sicuramente meno protetta, e di “maggior dispendio”, rispetto a quella del Protettorato. E di aver contenuto gli esiti letali dell’epidemia grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e logistiche all’interno della struttura di Via Nomentana.

Nel documento fa appello al Consiglio perché “questo deve fare l’avvenire tenersi sempre pronti e preparati a sì cattive evenienze, e consigliarci ad accettare così con vera fede, le imposizioni dell’Igiene”. Solo qualche mese dopo, il Consiglio di Amministrazione delibera la costruzione di 2 stanze per l’isolamento degli “ammalati”, in locali distinti dalle sezioni degli ospiti.

Infine, rivolge un ringraziamento alla Direttrice*, la quale “…nella penosa circostanza seppe moltiplicarsi, e recare ovunque il coraggio l’abnegazione il dovere. Alle suore, sue compagne, che tanto cooperarono ad attenuare le conseguenze dell’epidemia dirò solo che bene meritarono il nome di Madre che portano…”.

*Madre Raffalella della Croce morirà qualche anno dopo, nel 1918, durante l’epidemia di Influenza “Spagnola”.

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