Il Natale in Protettorato, quasi 80 anni fa. Il racconto di Giuseppe

Vi proponiamo qui un altro racconto di Giuseppe, che nel secondo Dopoguerra era uno dei piccoli ospiti del Protettorato. È la storia di un Natale di quasi 80 anni fa, che ci racconta chi eravamo, per farci meglio comprendere chi siamo. Buona lettura

Anche le stelle cantavano insieme per lo stupore di quella notte

Era una sera prossima al Natale del ’46. Accadeva, in quel “lager”, che settecento bambini e novanta monache cantassero durante la novena un inno che ancora oggi ridesta in me un tenerissimo ricordo (le parole furono poi recuperate in seguito): “Regem Venturum Dominum venite adoremus “.

Era un canto antico che da tanti secoli, oggi raramente, allietava e preparava l’Attesa dei Cristiani al grande Evento.

Da noi bambini era cantato, meglio urlato a gran voce (un momento raro e, per l’occasione, anche legittimati a fare esplodere finalmente la nostra natura vitale). Ognuno lo gridava a modo suo esprimendo le storpiature latine nel modo più buffo. Ne sortiva un coro roboante e tale, letteralmente, da far vibrare le vetrate precarie delle finestre, ma andava tutto bene: per le monache gratificate per tanta “fede”, e per noi bambini, felici di esser liberi un volta tanto….

Quelle serate prenatalizie nella grande Cappella interna dell’Istituto, pur nella severità delle loro liturgie, interrompevano i tempi tristi di monotonie giornaliere, quasi animandoci con il clima di attesa felice che quell’Evento faceva presagire.

E quell’atmosfera sacra un miracolo lo produsse davvero! Un’ispirazione! Un compagno, mio vicino di letto, un genio di poesia e di umanità, mi propose, per quella notte, insieme ad altri due amici, di formare la più simpatica scombiccherata compagnia notturna per vivere un’avventura indimenticabile.

Durante i pasti di una giornata, ognuno di noi avrebbe rinunciato a qualcosa (un pezzettino di pane, un po’ di mela già morsicata, altro?) per metterlo, da parte ben nascosta (arrotolando una magliettina posta sotto il grembiule) e ciò sarebbero state le vivande da mettere insieme in un piatto comune, il pavimento gelido del dormitorio, e da mangiare poi nella notte, insieme sotto il letto di uno di noi; mezzo ignudi e nell’oscurità quasi totale, se non fosse stata un po’ di luna amica che filtrava dalle finestre, seduti in terra davanti al desco di “famiglia” mangiavamo la nostra cena!

Nella fiaba di quella “notte-santa”, sacra perché vissuta nell’amore di amicizia, tutto aveva un sapore che nessun buongustaio avrebbe mai assaporato: quello di qualche pezzetto di pane duro e del torsolo di mela alquanto inacidito!

Ma nella complicità amica che ci faceva sentire persone…….

Si conversava, con pochissime parole, peraltro, appena sibilate (il pericolo del risveglio della monaca arpia sorvegliante prometteva solo botte e punizioni), e tanto complice nascondimenti, sguardi amichevoli ed affettuosi, persino “illuminanti”, nello spirito e nei volti veri e propri. La provenienza di quella luce?………

Nell’immediato dopoguerra giungevano in Italia gli AAI- (aiuti internazionali-dono dell'”American People”) specie alimentari ed altro. Ma nel nostro “college” arrivavano anche giochi e giocattoli (sempre insufficienti a divertire i troppi bambini). Quello più ricercato da tutti noi era il più insignificante all’apparenza, più semplice, ma che prometteva realizzazioni fiabesche: alcune striscioline di carta sulle quali erano impresse delle lentine di color marrone, composte di fosforo (non le ho più riviste). Il prodigio che operavano aveva del fantastico perché bastava inumidire un po’ il viso e passarvi sopra quella cartina per fare accadere la magia: volti mascherati di luci illuminavano romanticamente il nostro banchetto! Ognuno era spettacolo per l’altro!… Anche piccoli movimenti, gesti, creavano piccoli, luminosi nuvoli di lucciole: una notte di “carezze”, carezze solo per occhi abituati a scorgere da sempre solo brutture.

Quel luogo, sotto una brandaccia di metallo tutta ruggine (l’Istituto prima che orfanotrofio, con i suoi padiglioni, dedicati ai reali di Savoia, era servito per la cura dei soldati feriti della Guerra “15-18”, molti dei quali lì trasferiti) diventava il nostro presepe, con le lucciole che danzavano intorno e con il fuoco del cuore che irradiava quel piccolo nido d’amore; lontani, per una notte, dal mondaccio cattivo che sempre si ridesta in forma nuova.

Ebbri di gioia per il realizzarsi del nostro evento prodigioso, quello di rinascere bambini veri, in quella notte di sogno, evocata ancora oggi ogni volta che rinasco per un istante al bello, al buono, che di tanto in tanto incontro nella vita.

Sapienza della Natura e sapienza dei bambini ben sanno che l’animo umano non sopportando “vuoti”, provvedono essi stessi (in bene quella volta) a concedersi quanto negato dall’esistenza, e ciò indispensabile dote, viatico per un cammino lungo e difficile, che solo può compiere chi ha conosciuto almeno qualche scampolo di felicità

Giuseppe

Lascia un commento...