Di Massimiliano Umani, tutor per l’autonomia in Protettorato
Ci sono storie che non seguono una linea retta. Storie che si interrompono, prendono strade difficili, si smarriscono. E poi, a volte, tornano. Non al punto di partenza, ma a un luogo in cui ricominciare è ancora possibile.
È la storia di un ragazzo arrivato dalla Tunisia, appena diciottenne, accolto nella Casa Famiglia della Fondazione Protettorato San Giuseppe. Fin da subito aveva un desiderio chiaro e forte: lavorare. Non studiare, non aspettare, non costruire un percorso graduale. Lavorare subito, guadagnare, rendersi autonomo. Un desiderio comprensibile, che però lo ha portato a fare una scelta difficile. Nonostante il confronto con l’équipe educativa e il servizio sociale della Fondazione, che più volte hanno cercato di aprire alternative più tutelanti, il ragazzo ha deciso di partire per la Sicilia, attirato dalla promessa di un lavoro in agricoltura e di una sistemazione dignitosa.
La realtà che ha incontrato è stata molto diversa. Giornate di lavoro lunghe e faticose, ritmi pesanti, condizioni di vita inadeguate: un garage utilizzato come abitazione. Una situazione che, purtroppo, racconta ancora oggi le fragilità e i rischi a cui molti giovani migranti sono esposti, soprattutto quando cercano da soli una strada verso l’autonomia. Nonostante queste difficoltà, il ragazzo non ha mai ceduto a percorsi di devianza o alla tentazione di guadagni facili, mantenendo sempre un forte senso di dignità e il desiderio di costruire un futuro onesto.
Dopo poco tempo, il ragazzo ha scelto di tornare a Roma. Qui ha trovato un’altra occasione, collaborando con un ristorante. Ma anche questa esperienza si è rivelata fragile: nessun contratto, lavoro in nero, nessuna tutela. Nel frattempo, nel tentativo di regolarizzare la propria posizione, ha speso soldi per ottenere una residenza che non è mai arrivata.
È in questo momento che le strade si sono incrociate di nuovo con la Fondazione. Non è scontato tornare. Tornare significa riconoscere di aver bisogno, rimettersi in discussione, fidarsi ancora. E non è scontato, dall’altra parte, accogliere di nuovo, senza giudizio, ma con la stessa disponibilità a ricominciare insieme.
Da questo incontro è nato un nuovo percorso. Un percorso costruito passo dopo passo: formazione, accompagnamento al lavoro, sostegno nella ricerca di una soluzione abitativa stabile. Questa volta con strumenti adeguati, con una rete, con diritti riconosciuti. Il lavoro è diventato regolare, la residenza è stata ottenuta, e con essa anche una nuova possibilità di stabilità.
Oggi, a 19 anni, questo ragazzo ha ritrovato un equilibrio. Non perfetto, non definitivo, ma reale.
La sua storia ci ricorda che l’autonomia non è mai solo una questione di volontà individuale. È un processo che ha bisogno di tempo, di accompagnamento, di contesti giusti. E ci ricorda anche che gli errori, le fughe, le cadute non sono la fine del percorso. A volte, sono solo una parte della strada. E quando esiste un luogo capace di accogliere di nuovo, di ricucire, di offrire una seconda possibilità, allora anche un ritorno può diventare una ripartenza.
