Il 25 luglio del 1907, sulle pagine de “L’Avanti” (giornale del Partito socialista) viene pubblicato un piccolo articolo dal titolo «Molte “Consolate” anche a Roma?» Nell’articolo si citano “molti istituti «non riconosciuti (ufficialmente) dall’autorità ecclesiastica» sui quali si chiede di vigilare e indagare. Tra gli Enti individuati viene citato anche il «Patronato di S. Giuseppe» di suor Raffaella, fuori Porta Pia».
Il giorno successivo, il sen. Adeodato Bonasi, invia al direttore de L’Avanti una richiesta di “atto di giustizia” per il Protettorato e per le persone, religiose e laiche che vi lavoravano.


La campagna dell’«Avanti!» sugli istituti religiosi nasce nell’estate del 1907, in seguito allo scandalo del collegio salesiano di Varazze, che esplose a seguito delle accuse contenute nel diario di un ragazzo di 14 anni, Alessandro Besson, studente del collegio. Nel diario il giovane raccontava presunti abusi sessuali, pratiche violente, riti religiosi anomali e comportamenti scandalosi attribuiti ad alcuni religiosi e ad altre persone legate all’istituto
Il quotidiano socialista interpreta subito il caso non come episodio isolato, ma come sintomo di un problema più ampio legato alla gestione ecclesiastica dell’educazione e dell’assistenza.
Fin dalle prime settimane, il giornale avvia una sistematica opera di denuncia, raccogliendo e pubblicando notizie su collegi, orfanotrofi, conservatori e “consolate”. L’obiettivo dichiarato è smascherare presunti abusi, maltrattamenti e condizioni di vita degradate all’interno di istituti ritenuti poco controllati. Parallelamente, la campagna assume una chiara dimensione politica: si inserisce nella tradizione anticlericale socialista e mira a ridurre l’influenza della Chiesa nella società italiana. L’«Avanti!» insiste in particolare sulla distinzione tra istituti “riconosciuti” e “non riconosciuti”, chiedendo maggiore vigilanza da parte dello Stato.
Nel corso dell’estate e dell’autunno 1907, il giornale amplia il raggio della polemica a livello nazionale, citando o evocando casi in diverse città e generalizzando il problema. Roma diventa il centro della campagna mediatica, ma più come luogo simbolico che come teatro di scandali specifici. La strategia consiste nel creare l’immagine di un sistema diffuso di istituzioni chiuse e opache, sottratte al controllo pubblico. Questo contribuisce ad alimentare un clima di forte tensione anticlericale, con manifestazioni e scontri in varie città. Tuttavia, sul piano giudiziario, solo alcuni casi locali portano a procedimenti concreti, spesso con esiti ridimensionati rispetto alle accuse iniziali.
Con il passare dei mesi, l’intensità della campagna diminuisce. Il governo, preoccupato soprattutto dell’ordine pubblico, non avvia un’inchiesta generale sugli istituti religiosi e interviene solo in casi specifici. Senza risultati giudiziari clamorosi e in assenza di riforme immediate, la mobilitazione perde progressivamente forza. Entro il 1908, la campagna può dirsi conclusa come fenomeno unitario. Rimane però un effetto duraturo: il rafforzamento del dibattito sulla laicità dello Stato, sul controllo dell’assistenza e sul ruolo educativo della Chiesa, temi che continueranno a essere centrali nei decenni successivi.
