I minori stranieri non accompagnati, fuggiti dalla guerra, chiedono pace. 

In occasione della Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio, la Fondazione Protettorato San Giuseppe ha raccolto e condiviso le testimonianze di alcuni di loro, accolti nel tempo in diverse case famiglia di Roma. Tutti hanno conosciuto la guerra in prima persona: bombardamenti, fughe, perdita dei propri cari, distruzione delle case e dell’infanzia. Dalle loro voci nasce un appello corale per la pace, semplice e potente, che la Fondazione ha deciso di inviare a Sua Santità Papa Leone XIV, in occasione della ricorrenza mondiale.

«La pace è il bene più grande. La guerra è il male assoluto»: è questo il messaggio che unisce storie provenienti dall’Ucraina, dall’Afghanistan, dalla Sierra Leone e dalla Palestina. Racconti diversi, ma accomunati dalla stessa esperienza di sofferenza e dallo stesso desiderio di un futuro fatto di sicurezza, libertà, dialogo e dignità per tutti.

«Le nostre case famiglia accolgono molti giovani che da questi conflitti sono fuggiti, soli e spesso giovanissimi, lasciando alle spalle la loro terra, i loro affetti e le loro vite. La Fondazione Protettorato San Giuseppe, già nel primo dopoguerra, offriva asilo e accoglienza a bambini e ragazzi che la guerra aveva allontanato dalle loro famiglie. Ha continuato a farlo negli anni e nei decenni successivi e ancora oggi, in modo diverso ma sempre attento, le mani esperte e accoglienti di chi lavora nelle case famiglia accompagnano i giovani nella crescita e, per quanto possibile, nel superamento dei traumi che la guerra infligge», scrive al pontefice la presidente della Fondazione Elda Melaragno.

Di seguito le testimonianze dei ragazzi

«Ho incontrato la guerra», racconta un ragazzo ucraino, ospite della Fondazione Protettorato San Giuseppe, ricordando i bombardamenti nel suo Paese. «Nella mia città non ci sono stati combattimenti urbani. I primi mesi sono stati molto spaventosi: spesso non andavamo a scuola, suonavano gli allarmi aerei e la gente si nascondeva. All’inizio faceva davvero paura. Penso che nel mondo debba esserci la pace, perché così le persone non si uccidono tra di loro. Ci sarà più amore e la gente potrà vivere un po’ meglio».Il Protocollo del Volontario

Qusai, 15 anni, palestinese nato a Gaza, racconta il terrore vissuto durante i conflitti: «Abbiamo vissuto tre guerre molto ravvicinate, ma questa è stata la più crudele. Siamo scampati alla morte molte volte; l’ultima volta un proiettile ci ha colpiti direttamente, me e mia sorella, e siamo sopravvissuti. Il secondo proiettile ha colpito i miei fratelli gemelli, Mohammed e Ahmed. La guerra ci spaventa perché sentiamo il rumore delle grandi esplosioni e dei missili proibiti a livello internazionale, e perché la guerra ci porta via la cosa più preziosa: i nostri cari e le nostre case che ci danno rifugio. La pace è molto importante. Siamo un popolo che ama la libertà, ama la pace, ama la conoscenza, ama il progresso e la prosperità, ama anche la propria patria e ama la sicurezza e la tranquillità».

Nisar, afghano, oggi 32enne, è stato ospite della Città dei Ragazzi dal 2009 al 2014. Oggi è vetraio in un’importante azienda romana. Così ricorda i momenti vissuti da bambino: «Vengo da un Paese dove purtroppo la parola guerra è diventata una parola comune. Ricordo che quando il rumore dei carri armati diventava assordante mia madre ci portava verso una grotta per nasconderci. Col buio gli spari aumentavano e sembravano fuochi d’artificio. Ora, quando sento che è possibile che scoppi una guerra anche in Europa, mi viene la pelle d’oca e penso che, se succedesse anche qui, non avremmo dove scappare. I politici forse non hanno vissuto come me la guerra sulla propria pelle, per questo non apprezzano la pace e non favoriscono il dialogo. La pace per me è vita. Si può stare per un po’ senza cibo e sperare di salvarsi, è capitato anche a me. È per questo che mi sento di dire che la pace è il bene più grande».

Tijan, sierraleonese, 36 anni, è stato ospite della Città dei Ragazzi dal 2006 al 2008. Oggi è barista-gastronomo a Monteverde ed è padre di due bambini, nati dal matrimonio con una sua connazionale che lo ha raggiunto a Roma. Così ricorda e racconta la sofferenza vissuta da bambino e l’impatto della guerra sui più piccoli: «Non ho visto nel mondo qualcosa che sia peggio della guerra, specie quando si accanisce contro i bambini, uccidendoli o mutilandoli. I miei figli hanno 6 e 10 anni. Quando io avevo l’età del più piccolo, sono rimasto solo al mondo con mia madre, proprio a causa della guerra. Arrivato in Italia, pensavo d’esser salvo, ma anche qui ho dovuto all’inizio arrangiarmi e ho vissuto per strada, finché non ho trovato le persone giuste, che mi hanno aiutato ad avere di nuovo fiducia nella vita e fatto capire che potevo ricominciare. Ho iniziato così un nuovo cammino di fiducia verso il futuro e il culmine della rinascita è stato per me ritrovare mia madre, in Africa, dopo 11 anni da quando l’avevo lasciata in un campo profughi. Da quel momento mi è sembrato veramente di rinascere. La pace è il bene più grande che c’è nel mondo; la guerra, invece, è il male assoluto, che si accanisce sempre contro i più indifesi. Dobbiamo pregare tutti assieme: cristiani, musulmani, ebrei, buddisti … con l’unico desiderio di cercare la pace. Sono anche testimone con la mia vita dei benefici della pace. Vivere in pace equivale per me ad aiutare gli altri. Io sono stato aiutato dalla Città dei Ragazzi e so che pure io ho salvato qualcuno, perché per me la vita è ogni giorno una restituzione».

Javid, afghano, 34 anni, è stato ospite della Città dei Ragazzi nel biennio 2008-2009. Fa la professione di sarto, appresa in Iran e perfezionata in storiche aziende romane. Così racconta la guerra subita fin dalla nascita: «Quando sono nato nel mio Paese c’era la guerra contro gli occupanti sovietici. Si viveva sotto bombardamenti e fughe continue per salvarsi la vita. Finita l’occupazione sovietica, abbiamo avuto una piaga ancora più feroce, quella dei talebani, che hanno iniziato a combattere contro le varie etnie a loro avversarie. Questa guerra civile ha significato dolore, perdita di persone care, fuga dall’Afghanistan per salvare la vita. Io sono riuscito a scappare ma tanti altri connazionali e parenti non hanno potuto farlo e hanno vissuto l’inferno. Le donne sono state le vere vittime sacrificali, costrette a rinunciare a tutto. Più sono cresciuto e più ho elaborato i drammi della guerra. La guerra è una brutta bestia, che non fa bene a nessuno; la pace è la cosa più bella e preziosa che possa esistere al mondo. Se c’è la pace nessuno è costretto a lasciare il suo paese e tutti possono sperimentare amore, rispetto e serenità. Se c’è la pace si possono anche raggiungere tanti obiettivi e valori importanti. Senza pace c’è solo sofferenza e dolore. Spero ci sia presto la pace in tutte le parti del mondo. Noi possiamo sperare la pace e augurarci che il nostro desiderio arrivi a chi ha il potere di favorirla».

Queste testimonianze, così diverse per provenienza e vissuto, convergono in un messaggio unico e corale che oggi, Santo Padre, ci permettiamo di affidare a Lei: la pace è il bene più grande, la guerra è il male assoluto.

I giovani che, in ogni parte del mondo, hanno conosciuto la guerra, oggi desiderano e chiedono pace

Lascia un commento...