Ci sono legami che nascono con fatica, sembrano destinati a non stringersi mai, o a restare lenti, instabili. Ma che poi si trasformano in legami per la vita, di cui si torna a sentire il bisogno di fronte a una nuova sfida. O in un momento di paura.
Il legame con l’educatore è spesso così, specialmente quando riguarda ragazzi provenienti da mondi distanti e vissuti complessi e dolorosi che vengono accolti in casa famiglia. La diffidenza e la resistenza verso gli educatori sono uno degli ostacoli da mettere in conto, nel percorso che inizia con una porta che si apre per lasciar entrare e finisce con quella porta che nuovamente si apre, stavolta per lasciar uscire. Quella porta, però, non si chiude mai.
La storia che racconta qui Nicola, educatore in una delle case famiglia della Fondazione Protettorato San Giuseppe, è la dimostrazione di quanto, anche quando tutto sembra perso, quando il percorso è così complicato da non lasciar intravedere un traguardo, magari proprio negli ultimi mesi, o nelle ultime settimane, qualcosa “scatta”: e il legame si stringe, tanto da non sciogliersi neanche dopo due anni di lontananza. Prima di imbarcarsi su un aereo che porta verso l’ignoto, quel legame torna ad essere necessario. E l’educatore è la persona a cui affidare le proprie paure e le proprie speranze. Segno che quel percorso è stato importante, che il Protettorato è stato una casa e ha dato gli strumenti e la fiducia e che il lavoro degli educatori (e di chi li accompagna in questa quotidiana costruzione di possibilità) cambia la vita alle persone.
Santiago (a tutela della sua privacy, nome e destinazione sono stati modificati) è partito qualche giorno fa, tornerà tra un paio di settimane. A lui va tutto il nostro sostegno, con la certezza che questo viaggio, comunque vada, sarà stato un tassello fondamentale nel cammino verso il futuro. Torneremo a raccontarvi com’è andata.
Il racconto di Nicola
Ore 12.15 di mercoledì 20 novembre. Squilla il mio telefono. Sullo schermo mi appare il nome di Santiago.
“Nick, sono in aeroporto. Sto partendo. Forse faccio una stronzata”.
Non vedevo Santiago da circa due anni e un paio di settimane fa quando si è presentato in Casa Famiglia per salutarci mi ha stupito la sua trasformazione. Il ragazzo fragile, complesso e umorale che avevamo conosciuto al suo ingresso si era trasformato in un uomo focalizzato, risoluto e in piena crescita da tanti punti di vista.
Santiago era venuto da noi su propria richiesta, dopo un’adozione che era risultata molto più complessa delle aspettative.
Era nato nelle baraccopoli in Colombia e, abbandonato dalla famiglia di origine, era stato inserito in un istituto per poi essere adottato da una famiglia italiana che si era fatta carico di lui e dei suoi due fratellini.
L’adozione però si era poi rivelata una scommessa più difficile del previsto, forse per i contrasti caratteriali o forse per il carattere complicato e il vissuto profondamente sofferente di Santiago.
Dentro di lui covava una rabbia spropositata, dovuta ai ripetuti abbandoni e traumi vissuti. Anche nella telefonata dall’aeroporto me lo ha ricordato.
“Spero di non fare stupidaggini perché lo sai che io ho dentro una grande rabbia”.
Tante volte quella rabbia inespressa ci ha fatto paura e tante volte abbiamo temuto che prima o poi lo avrebbe portato a gesti estremi.
Credo che Santiago stesso abbia dovuto convivere con la paura della propria rabbia. Un mostro dentro di lui nascosto nell’ombra e pronto ad esplodere.
Un mostro da tenere a bada per proteggere sé stesso e per proteggere gli altri da sé stesso. Un mostro che gli impediva di prendere e portare a termine qualsiasi impegno dal più semplice e banale ai più complessi.
Non c’erano energie per la scuola, erano troppo impegnate a tenere a bada quello che era nell’ombra. Non c’erano energie per guardare al futuro, erano troppo impegnate a tenere a bada il passato.
“Farò il militare di professione e poi tornerò in Colombia a cercare la mia famiglia di origine” ci diceva Santiago. E nessuno di noi ci credeva davvero, perché Santiago ci sembrava troppo compromesso.
Immaginavamo più facilmente un esito drammatico, con qualche evento fuori controllo.
“Nick, sono in aeroporto. Sto partendo. Forse sto facendo una stronzata”.
Il ragazzo che mi parlava dall’altra parte del telefono era un altro rispetto a quello che avevamo incontrato.
Negli ultimi mesi da noi si era sbloccato. Come per magia. Aveva trovato lavoro, fatto la patente e aveva tentato la selezione per la carriera militare.
La prima era andata male, ma alla successiva invece lo avrebbero accettato.
Santiago ora aveva un lavoro nell’esercito, una macchina e un luogo dove vivere.
E ora per lui era venuto il momento di rimettere al suo posto l’ultimo tassello. Era in aeroporto in attesa di un aereo per la Colombia dove avrebbe cercato di rintracciare la sua famiglia di origine.
L’ultimo tassello difficilissimo di una storia molto dolorosa.
Quando l’ho incontrato due settimane fa ho cercato di dissuaderlo e di convincerlo a valutare meglio la cosa ma lui era consapevole e focalizzato.
Determinato a tentare di riallacciare un contatto con le sue origini e a trovare delle risposte ma consapevole che ciò sarebbe stato molto difficile e forse molto doloroso.
Mi ha stupito la sua lucidità e la sua determinazione e non ho detto più nulla.
Ora, in aeroporto, la sua fermezza vacillava un pochino. Forse gli tremavano le gambe e aveva bisogno di una voce amica.
E questa è la parte per noi meravigliosa.
La voce amica, in questo sconfinato modo, era proprio la nostra.
E questo è un regalo enorme che inconsapevolmente Santiago ci restituisce.
Buon volo, Santiago. E grazie del pezzo di cammino in cui ci hai concesso di accompagnarti!
